23/07/10

22/06/10

Notte al chiosco

Fece una battuta e tutti risero.
Tutti meno che me. Erano le solite cazzate trite e ritrite che si portavano avanti ormai da anni.
Finii la birra e mi alzai dal tavolo. Non mi interessava sapere come si scopavano le loro donne.
"Stappami questa birra, per piacere."
"No, non posso."
"Perchè?"
"Quella non è una delle nostre birre."
"Infatti è una delle mie."
"Non potresti nemmeno stare qui con quella!"
"Stappala e me ne vado."
"No."
"Beh, allora fottiti, cesso."
La zoccola cominciò a strillare. Si avvicinò quello che doveva essere il buttafuori. Alto e robusto, sembrava un cazzo di mastrolindo.
"Qual'è il problema?"
"Questo stronzetto pretende che gli stappi una birra che non gli abbiamo venduto noi!"
"E stappagliela no? E poi cazzo urli, rincoglionita."
"Ma la birra non è del locale! E mi ha anche insultato!"
"Ha fatto bene."
La rincoglionita stappò rassegnata la birra, feci un sorso e mi voltai verso i miei amici.
Erano sempre lì, sul tavolo, a ridere e scherzare su qualcosa che non avrei voluto sentire.
A prendersi per il culo a vicenda.
A cercare di ostentare la prorpia diversità a un mondo che non se ne accorgeva.
E tutto questo, a loro, pareva stargli bene.
Decisi di andarmene da solo. Uscii dal locale e mi incamminai sul lungomare.
Ero quasi sicuro che nessuno si fosse accorto della mia mancanza.
Bevvi un altro sorso e guardai l'orologio. Erano le circa le due, verso le cinque sarei riuscito ad essere a casa.

Cinque minuti di un depresso

"Non si vincono le risse, si vincono le discussioni. La rissa è una conseguenza della discussione, scoppia quando uno dei due contendenti si rende conto di non poterla vincere." questo dissi, prima di prendermi il primo pugno.
Rientrai a casa tumefatto, c'era andato giù pesante. Il mal di testa alcolico si mischiava al dolore per le ferite.
Lui era lì, davanti a me. Mi fissava immobile e impettito.
"Sei una merda" gli dissi, "Sei uno che nonostante le sue capacità, le sue competenze, l'intelligenza, non è mai riuscito a cavare un cazzo dalla vita, sei un fallito."
Lo lasciai perdere, in qualsiasi modo gli si volesse parlare, lo specchio non voleva mai saperne di rispondere.
Mi buttai sul divano noncurante della scia di sangue che lasciavo sul pavimento.
La psichiatra diceva che era tutta colpa di mio padre. Altri credevano che il problema fosse l'alcol. Per come la vedevo io, ero solo un individuo in cerca di libertà.
La televisione il fumo il dio denaro la politica l'alcol e le droghe le relazioni sociali la figa le qualifiche.
La necessità di essere riconosciuti, di ostentare se stessi.
No, non ero affatto un uomo libero.
Mi alzai a stento dal divano e salii i gradini fino ad arrivare al terrazzo dell'ultimo piano.
Soffiava una brezza leggera e la notte era illuminata da una moltitudine di stelle.
La strada era deserta.
Presi un gran respiro e scavalcai il cornicione. "Non pensare, fallo e basta".
Mi buttai. L'aria mi sferzava il volto e i tagli annessi, non ci detti tanto peso, di lì a poco il dolore terreno sarebbe giunto a termine.
La prima parte ad impattare fu la testa, lì, aperta in due come una mela, il mio cervello grigio e rosso sparpagliato in mezzo al prato. Seguì il resto del corpo, tutte le ossa si ruppero esibendosi in un concerto agghiacciante.
Ero finalmente solo, tra me e me, nel bel mezzo del nulla.
Ora sì che mi sentivo libero.

21/06/10

Autobiografia spicciola

Mi vestii e presi circa trenta pistole. Nella cassetta delle lettere trovai un bigliettino di avviso: "Riunione di condominio, ore 9:30 - Sede: Scantinato, 6° piano".
Uscendo mi accorsi di essere in Veneto. Un cartello che puntava verso destra indicava la strada per raggiungere Loreggia. La destra mi stava sul cazzo da sempre, così girai il cartello e presi la strada per Loreggia, a sinistra.
Camminavo per la via quando venni fermato da quattro stronzetti:
"Tu, coglione! Ti ho visto, ci stavi guardando male. Adesso ti picchiamo."
"Non è vero."
"Si, invece."
Uno di loro tirò fuori un coltello e me lo rivolse contro con aria truce. Io sfoderai una pistola e sparai a tutti e tre. In mezzo ai coglioni.
"AAAH CAZZO LE PALLE!" urlarono.
Li guardai contorcersi un altro pò, poi gli sparai in testa, a bruciapelo.
Tutt' a un tratto mi accorsi di essermi dimenticato di prendere le pistole. Di conseguenza ai tre stronzi non gli avevo sparato mica.
Mi presero a calci in bocca fino a spaccarmi i denti.
"Perbacco, ho la mia età, cinquantasei anni per l'esattezza! Un pò di rispetto!"
I ragazzi non mi ascoltarono e continuarono con le legnate e le coltellate, poi mi caricarono su una betoniera e mi murarono vivo.
Qualche anno dopo riuscii a liberarmi e a tornare a casa.
"Cazzo papà, ti sei fatto crescere i baffi!" dissi, emozionato per la novità.
"Eh già figliuolo, man mano che si invecchia si cerca sempre più di acquisire un tono di virile sobrietà. Ma dimmi, piuttosto, dove sei stato tutto questo tempo?"
"In Spagna." mentii.
"Bravo, figlio mio, viaggiare è una bellissima cosa. Comunque, cazzone, vai per i sessanta, cosa aspetti a sistemarti con qualche zoccola?"
Me ne andai offeso in cerca della troia di turno. La trovai casualmente una volta girato l'angolo.
La ragazza si chiamava Gina, era stata mia compagna di classe ai tempi del liceo, ma stranamente aveva quarant'anni meno di me.
"Ciao Gina, che bella figa che sei diventata."
"Grazie."
"Scopiamo? Mi devo sistemare con qualche zoccola."
"No."
Sorpreso dalla risposta negativa, tirai fuori il cazzo e iniziai a sbatterglielo in bocca per convincerla. Lei ci rimase male e chiamò la polizia.
Poco dopo mi ritrovai recluso in una cella di isolamento ai Due Palazzi. L'etichetta del reparto diceva "Igiene mentale", la tagline sotto "Cure affidate ai dottori del manganello". Stavo giorno e notte tra quattro mura spoglie e candide, non presentavano il minimo segno di sporcizia. Non c'erano nè quadri nè finestre, ma la terrazza dava sul mare.
Avevo due compagni di cella, uno simpatico e uno antipatico.
Uno era un dentista di dieci anni suonati, licenziato di recente perchè aveva perso l'uso della parola. Anzi, parlare parlava, ma niente di interessante.
"AA, EE, II, ALFABBETO!" mi diceva.
L'altro era uno stronzo che saltava toccando il soffitto e gridava frottole in continuazione.
"Io sono il padre di mia madre! Il padre di mia madre vi dico!". Mi stava sulle palle.
Giocavamo spesso a cuscinate, poi un giorno vennero rilasciati per carenza di follia e a me, per noia, venne in mente di fare il chitarrista heavy metal. Questa idea scaturiva dal fatto che tutti quelli che fanno heavy metal sono dei mezzi delinquenti e io dopo la storia del cazzo di fuori avevo la fedina penale bella sporca. Così decisi che non c'era modo migliore per inneggiare ai miei crimini passati e futuri e trarne un profitto.
Formai il gruppo satanico "Meringa" con Pedro, uno che si spacciava per batterista, ma che in realtà era messicano e con Parigi, ex cantautore di raffinati melodrammi.
A dir la verità la sua voce non mi piaceva granchè, pensavo non fosse adatta per il metal. Meno male compensava questo suo handicap con una accurata stesura dei testi.
Non ci credete? Eccovene riportato uno a caso:

Meringa - Il giorno che tu te ne andasti - www.allyrics.com
"BOOOOOOOOOOOOOOOOOORGH! BOOOOOOOOOOOOOOOOOOORGH!!! BOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOORGH! x17"

Una volta raggiunto il successo vendendo tutte e tre le copie dell'album, ce ne andammo dal manicomio perchè ci aveva stufato l'arredamento.
Volevamo vivere come le Star che eravamo diventati, ma le cose non andarono bene come pensavo.
Una sera mi feci una pera e incisi dei dischi di musica leggera italiana che detti subito alle stampe.
Dal giorno dopo cominciai a essere perseguitato da gruppi di metallari inferociti che mi sputavano e mi pestavano a sangue per essermi svenduto e dai fans di Gianni Morandi che mi prendevano a buffetti sulle guance accusandomi di imitare il loro idolo.
Radunai quindi i "Meringa" per un meeting che si risolse a taralucci e vino:
"Mi hai deluso, hombre." disse Pedro.
"BOOOOOOOORGH." disse Parigi.
E così sciogliemmo il gruppo.
Decisi di dare una svolta al mio doloroso passato e filai dritto a Piombino Dese, dove l'ascolto della musica è vietato, per farmi una nuova vita.
Trovai un impiego come nano da giardino.
Il lavoro era buono e ben pagato, anche se impegnativo, e i colleghi erano socievoli: nel giro di qualche lustro ruppi il ghiaccio e feci la conoscenza di due di loro. Uno si faceva chiamare Il_Koma, l'altro Brontolo.
Passammo delle ore felici insieme, a bere, ridere, scherzare, ammazzare, derubare e masturbarci a vicenda.
Un giorno, però, Brontolo si sgozzò inavvertitamente mentre si radeva e così io e Il_Koma decidemmo di fare un duello all'ultimo sangue come tributo all'amico defunto. Vinsi io facendogli una cravatta colombiana di nascosto.
Poco prima di esalare l'ultimo respiro, Koma mi ricordò del patto segreto che noi due avevamo stretto. Lo zittii definitivamente ponendo l'indice sul naso e facendo shh.
Il patto consisteva in due punti: il più trascurabile dei due era che avrei dovuto vendicare la morte di Brontolo. L'altro implicava che stendessi Il_Koma e gli facessi un pompino da morto, per vedere se veniva.
Una volta onorata la parte importante del patto, mi recai alla Gillette per ultimare la vendetta.
Arrivai al cospetto del dirigente.
"Si accomodi, mi dica."
"I suoi rasoi hanno ucciso una vittima innocente della società! Pagherà in seconda persona per questo!"
L'uomo sorrise. Io tirai fuori un fucile automatico M4, glielo puntai dritto alla tempia e poi mi feci esplodere.
Mentre guardavo da fuori l'edificio Gillette andare in fiamme, decisi di fare una capatina anche alla fabbrica di maxiassorbenti. Erano i loro diabolici prodotti che avevano ucciso mio zio.
Una volta arrivato mi dissero che i maxiassorbenti non c'entravano niente, che lo zio era morto per un'insufficienza cardiaca al ginocchio.
Il responsabile delle mediazioni che mi dette la notizia aveva una faccia così truffaldina che voletti credergli. Tutto ciò che mi avevano detto riguardo la morte del mio caro zio, maestro di vita, era falso. Era stato lui a prendersi cura di me sin da piccolo, insegnandomi ad allacciarmi le scarpe e a gettare i cadaveri in pasto ai criceti arrabbiati. Mi sentivo enormemente deluso e afflitto, e chissà quante altre frottole mi avevano raccontato! Vivevo in un merdoso mondo di bugiardi ipocriti.
Ero così straziato dal dolore che presi in prestito le budella del tizio e le sparpagliai per l'edificio.
Non avevo più voglia di vivere. Mi sparai un colpo dritto in testa. Il sangue sborrò sulle pareti dell' ufficio e il mio corpo freddo cadde a terra producendo un tonfo sordo.
Poi, verso le nove, mi alzai di fretta e me ne andai: se non mi fossi sbrigato per tempo avrei fatto tardi per la riunione di condominio.

C'è chi dice

C'è chi dice che la violenza sia un metodo.
E pare proprio sia il mio metodo.
Perlomeno quando gruppetti di scemi mi costringono a sbattergli le teste sui cofani delle macchine.
A volte pure i proprietari delle suddette mi costringono a trattarli alla stessa maniera quando mi vengono a chiedere i danni.
Mi faccio il quarto caffè, tanto per rimanere sveglio. C'è chi preferisce la coca, ma l'affluenza di dio denaro nelle mie tasche non è abbastanza veloce per reggere il ritmo di spese simili. C'è pure chi si prende tutt'altro perchè lucido non ci vuole mica restare. Come Lo Zoppo, quello s'è fatto di tutto cominciando dal litro di Montenegro quotidiano giù in piazza e finendo coi poker di spade le notti nei vicoli. Adesso non capisce più un cazzo e da poco è pure riuscito a farsi sparare. Ma cazzo, dico io. Per fare questo mestiere bisogna essere lucidi. Rabbrividisco al solo pensare di essere tanto storto da mancare una sberla o non riuscire a prendere la mira con la cara vecchia Nove.
Il caffè è troppo caldo e fa cagare. Barista, questo caffè fa schifo, voglio indietro i miei soldi. Me li restituisce senza battere ciglio.
Ecco, ora riprendili e fammi un altro caffè. E che sia bevibile o ti annego dentro un barile della stessa merda che mi hai appena servito.
Fa l'altro caffè senza battere ciglio. Con tanto amore. Lo assaggio, non male.

Due secondi dai.


Vorresti piangere, ma non hai le lacrime. Vorresti razionalizzare, ma non hai mai imparato a farlo. La schiuma sul caffè se n'è andata ormai da un pezzo.
I climax, le metafore, i paroloni atti a dare enfasi alle vostre puttanate intelligenti, io non li so usare.
La sofferenza è qui accanto a me, che mi passa la lingua sul collo, mi sfrega le mani sul petto. Dice di amarmi.
Venitevela a riprendere, o dovrò ammazzarla io stesso.