"Non si vincono le risse, si vincono le discussioni. La rissa è una conseguenza della discussione, scoppia quando uno dei due contendenti si rende conto di non poterla vincere." questo dissi, prima di prendermi il primo pugno.
Rientrai a casa tumefatto, c'era andato giù pesante. Il mal di testa alcolico si mischiava al dolore per le ferite.
Lui era lì, davanti a me. Mi fissava immobile e impettito.
"Sei una merda" gli dissi, "Sei uno che nonostante le sue capacità, le sue competenze, l'intelligenza, non è mai riuscito a cavare un cazzo dalla vita, sei un fallito."
Lo lasciai perdere, in qualsiasi modo gli si volesse parlare, lo specchio non voleva mai saperne di rispondere.
Mi buttai sul divano noncurante della scia di sangue che lasciavo sul pavimento.
La psichiatra diceva che era tutta colpa di mio padre. Altri credevano che il problema fosse l'alcol. Per come la vedevo io, ero solo un individuo in cerca di libertà.
La televisione il fumo il dio denaro la politica l'alcol e le droghe le relazioni sociali la figa le qualifiche.
La necessità di essere riconosciuti, di ostentare se stessi.
No, non ero affatto un uomo libero.
Mi alzai a stento dal divano e salii i gradini fino ad arrivare al terrazzo dell'ultimo piano.
Soffiava una brezza leggera e la notte era illuminata da una moltitudine di stelle.
La strada era deserta.
Presi un gran respiro e scavalcai il cornicione. "Non pensare, fallo e basta".
Mi buttai. L'aria mi sferzava il volto e i tagli annessi, non ci detti tanto peso, di lì a poco il dolore terreno sarebbe giunto a termine.
La prima parte ad impattare fu la testa, lì, aperta in due come una mela, il mio cervello grigio e rosso sparpagliato in mezzo al prato. Seguì il resto del corpo, tutte le ossa si ruppero esibendosi in un concerto agghiacciante.
Ero finalmente solo, tra me e me, nel bel mezzo del nulla.
Ora sì che mi sentivo libero.
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